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LA "MONNEZZA" NAPOLETANA AI TEMPI DI GOETHE
Inserito il 19/01/2008

MONNEZZA A NAPOLI AL TEMPO DI GOETHE

MONNEZZA A NAPOLI AL TEMPO DI GOETHE

 

 

  Tutti questi cumuli di mondezza non raccolta per le strade, appena fuori naturalmente del centro storico dove passano i turisti, presentano rifiuti indifferenziati di ogni tipo come ferro, plastica, vetro, cartone, materiali ingombranti etc. e tanto, ma tanto organico. Il cosiddetto umido, che è quello che imputridisce emanando cattivo odore, è composto essenzialmente da scarti di cucina e di bottega, che aumenta in modo impressionante nelle vicinanze di erbivendolo o di mercato: bucce, torsoli, pane, foglie, frutta e così via.

  

  Ebbene, tutta questa spazzatura, frutto di un consumismo esagerato e di una inesistente cultura del ricupero, mi fanno venire in mente un passo del viaggio in Italia di Goethe dove, trovandosi a Napoli nel maggio del 1787, descrive magistralmente il modo industrioso dei napoletani di riutilizzare l’umido per fertilizzare i campi e gli orti. Un vero e proprio compost di più di 2 secoli fa.

  Allora oltre ai campi che circondavano la città vi erano numerosi orti intra moenia. Retaggio degli antichi orti-giardini diffusi fin dai tempi dei greci e romani, servivano a  fornire frutta e verdura agli abitanti delle case e ville in città, rendendoli autosufficienti.

  Purtroppo in tempi di industrializzazione e di economia di mercato esasperate, queste antiche consuetudini vanno scomparendo velocemente, anzi sono quasi del tutto scomparse. Ne è testimonianza l’orto giardino di villa Garzilli in via S. Paolo ai Tribunali che ospitava fino a pochi mesi fa più di 20 piante da frutto e ortaggi coltivati dal proprietario.

  Così, per riportare alla luce mozziconi di una cavea del teatro romano sottostante a questo grande giardino pensile, si è voluto eliminare un polmone verde nel centro antico di Napoli creandovi un “isola di calore” per la inevitabile presenza di cemento e pietre al posto del manto vegetale. Niente è valso l’appello delle associazioni Lipu, Vas, Legambiente, Wwf a salvare questa testimonianza culturale e naturale di Napoli.

 

  Ma ecco cosa racconta Goethe, eccezionale viaggiatore del Grand Tour, nel 1787.  

 

  Moltissimi sono coloro – parte di mezz’età, parte ancora ragazzi e per lo più vestiti assai poveramente – che trovano lavoro trasportando le immondizie fuori città a dorso d’asino. Tutta la campagna che circonda Napoli è un solo giardino d’ortaggi, ed è un godimento vedere le quantità incredibili di legumi che affluiscono nei giorni di mercato, e come gli uomini si dian da fare a riportare subito nei campi l’eccedenza respinta dai cuochi accelerando in tal modo il circolo produttivo.

   Lo spettacoloso consumo di verdura fa sì che gran parte dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalata e aglio; e sono rifiuti straordinariamente ricercati. I due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all’orlo, ma su ciascuno d’essi viene eretto con perizia un cumulo imponente.

  Nessun orto può fare a meno dell’asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che ad ogni ora costituisce una miniera preziosa. E con quanta cura raccattano lo sterco dei cavalli e dei muli!

  A malincuore abbandonano le strade quando si fa buio, e i ricchi che a mezzanotte escono dall’opera certo non pensano che già prima dello spuntar dell’alba qualcuno si metterà a inseguire diligentemente le tracce dei loro cavalli. A quanto m’hanno assicurato, se due o tre di questi uomini, di comune accordo, comprano un asino e affittano da un medio possidente un palmo di terra in cuoi piantar cavoli, in breve tempo, lavorando sodo in questo clima propizio dove la vegetazione cresce inarrestabile, riescono a sviluppare considerevolmente la loro attività

 

  Ma non solo l’umido – ci racconta ancora Goetheveniva riutilizzato sapientemente: anche altri tipi di rifiuti venivano raccolti da “rivenduglioli girovaghi”. Non si trattava “di merce vera e propria come quella che si trova nelle botteghe, ma di autentico ciarpame”. Si tratta veramente di raccolta differenziata di rifiuti. Non c’è, infatti “pezzettino inutilizzato di ferro, cuoio, tela, feltro ecc. che non sia messo in vendita da questi robivecchi e non sia comprata da l’uno o dall’altro”.

  Davanti a questa allegra e utile operosità, Goethe ne deduce che i napoletani non sono dediti all’ozio, come si crede, e che non si può parlare di essi come scioperati e perdigiorno. “Sarei tentato di affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, la classi più basse sono le più industriose”. Ci si industriava, quindi, per vivere e non si viveva per produrre di più, consumare sempre di più e spargere i rifiuti nell’ambiente.

  La Napoli visitata da Goethe era ben diversa da quella di adesso, dove la grande maggioranza dei napoletani, ricchi e poveri, giovani e vecchi, acculturati e non, buttano tranquillamente nei contenitori o in strada le loro buste contenenti di tutto. E se dici loro qualcosa (come è successo spesso al sottoscritto) ti senti rispondere malamente invitandoti a farti i fatti tuoi.

 

  La Napoli di due secoli fa rappresenta dunque un vero e proprio esempio di grande cultura del riciclo, riutilizzo, ricupero. Un modello perduto e a cui tutti dovremmo rifarci per disintossicarci dallo sviluppo e dalla crescita economica responsabili del degrado dell’ambiente al quale purtroppo assistiamo.

  Nostalgia del passato? Non precisamente. Senza una cultura che veda l’ecologia come nuovo modello di vita, i mucchi per strada di spazzatura rappresentano una responsabilità palese non solo della camorra e delle istituzioni ma anche della gente.

 

20-1-08

PaoloAbbate




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