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E’ allarme estinzione per molte colture e razze animali. Mancano risorse alimentari. La fame del mondo si batte con biodiversità e non con Ogm
Inserito il 25/05/2008

Spaghetti con pomodori San Marzano, minestre e zuppe di farro, tortellini alla zucca mantovana, marmellate di mele cotogne e di ciliegie visciolone, piatti di carne guarniti con uva spina, dolci con manna delle Madonie

 

 

E’ allarme estinzione per molte colture e razze animali. Mancano risorse alimentari. La fame del mondo si batte con biodiversità e non con Ogm

 

Cia e Vas presentano la manifestazione “Mangiasano”. Oggi solo dodici specie vegetali e quattordici animali sfamano la quasi totalità dell’umanità. In un secolo scomparsi tre quarti delle varietà agricole. Sui rincari delle materie prime agricole (grano, riso, mais) c’è il sospetto di speculazioni e di manovre delle multinazionali che spingono per le loro sementi transgeniche.

 

Non saranno gli Ogm a risolvere il dramma della fame nel modo, ma la biodiversità che oggi rappresenta la vera chiave di volta per combattere la peggiore crisi alimentare della storia moderna. Cia-Confederazione italiana agricoltori e Vas (Verdi Ambiente e Società) ne sono pienamente convinti e fanno di ciò il loro cavallo di battaglia. E sarà proprio questo il leit motive dell’iniziativa “Mangiasano” che si svolge il prossimo 25 maggio in tutta Italia nell’ambito delle manifestazioni promosse proprio in occasione della Giornata mondiale della biodiversità.

Attualmente - hanno affermato il vicepresidente nazionale della Cia Enzo Pierangioli e il presidente dei Vas Guido Pollice nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione “Mangiasano”- le specie vegetali coltivate nel mondo sono ridotte a solo 150. Di queste sono solo 12 quelle che forniscono il 75 per cento degli alimenti per l’uomo e di esse solo 4 (frumento, riso, mais e patate) rappresentano più del 50 per cento del cibo consumato. Dal canto loro le specie animali che sostengono la quasi totalità dell’alimentazione del Pianeta sono ridotte a quattordici.

Circa i tre quarti della diversità genetica delle varietà di colture agricole sono andate perdute nel corso del secolo scorso e 1350 delle 7000 razze animali registrate al mondo sono a rischio di scomparsa (già si è perso il 28 per cento delle specie marine, il 25 per cento di quelle terrestri e il 29 per cento delle specie di acqua dolce).  E così  l'erosione della biodiversità per l'alimentazione e l'agricoltura mette in gravissimo pericolo la sicurezza alimentare globale. Da qui l’appello per rafforzare l’impegno per proteggere e gestire con saggezza la biodiversità.

La biodiversità -è stato affermato- va difesa in maniera determinata. Bisogna evitare nuovi “scempi”. In Italia, ad esempio, alla fine del 1800 vi erano 8000 varietà di frutta, mentre oggi si arriva a poco meno di 2000. Caso emblematico è la mela. All’inizio del 1900, in Europa se ne conoscevano 5000 varietà. Adesso non superano le 1800. Inoltre, nel nostro Paese circa l’80 per cento delle mele prodotte appartiene a solo quattro gruppi di cultivar: due americani (le rosse Red delicious e le gialle Golden delicious), uno australiano (le verdi Granny Smith) e uno neo-zelandese (le bicolori Gala).

Altri dati fanno riflettere sull’attuale drammatica situazione della biodiversità nel mondo: delle 7.100 varietà di mela che nell'800 crescevano negli Usa, 6.800 non si trovano più; sono scomparsi poi il 95 per cento delle 500 varietà di fagioli e l'81 per cento dei più di 400 tipi di pomodoro un tempo esistenti.

Questo processo di concentrazione della produzione di cibo in così poche specie non può essere addebitato agli agricoltori bensì a processi decisori che, dopo migliaia di anni in cui l’uomo ha coltivato ed allevato animali grazie ad una lenta selezione basata sull’immensa diversità genetica della natura, ha accelerato enormemente i processi tanto da rendere disponibili per la coltivazione e l’allevamento solo poche varietà di semi e poche specie animali.

Se non si modifica l’approccio culturale alla biodiversità, l’agricoltura da sola non riuscirà a bloccarne la perdita entro il 2010.

Ci troviamo -è stato rilevato nella conferenza stampa di Cia e Vas- davanti ad una situazione paradossale: l’agrobiodiversità è in pericolo non perché c’è un disinteresse nei suoi confronti, ma perché ce n’è troppo! Il “nuovo oro verde”, in competizione o complementare all’onnipresente, ma ormai in crisi “oro nero”, è diventato un “boccone” ambito dai colossi industriali. Già adesso, undici grandi multinazionali controllano un terzo del valore del mercato sementiero mondiale e le stesse hanno interessi anche nel settore chimico e biotecnologico con un giro d’affari di miliardi di euro. Chi controlla la biodiversità ha, quindi, il monopolio anche della vendita di Ogm e può influenzare, grazie al suo “peso economico” e alle potenti lobby di cui si serve, le politiche agricole e alimentari, la direzione della ricerca scientifica e lo sviluppo dei paesi del Sud del mondo.

E’ una logica contro la quale Cia e Vas esprimono il più netto dissenso. E sottolineano ancora una volta che gli Ogm non rappresentano la risposta ai problemi delle agricolture dei paesi più poveri, né sono la panacea della fame del mondo o lo strumento per contrastare i rincari delle materie prime agricole (grano, riso, mais) che stanno caratterizzando i mercati internazionali. Rincari dietro i quali stato rilevato nel corso della conferenza stampa- non vorremmo che ci siano quelle multinazionali che oggi spingono per le loro sementi geneticamente modificate.

Ecco, pertanto, l’esigenza di evitare spinte concentriche e speculazioni che aprono le porte unicamente a vendite massicce di prodotti biotech, lasciando gli ultimi della Terra nella loro povertà, nella loro fame, nell’emarginazione. Bisogna scongiurare che il dramma di milioni di persone si trasformi in profitto per pochi ricchi.

Con la manifestazione “Mangiasano” si vuole, quindi, contribuire alla difesa varietà di vegetali storiche i cui semi rischiano di estinguersi e ribadire il sostegno ad un modello di produzione agricola e di consumo alimentare ecosostenibile e socialmente condiviso. Un modello che non può prescindere dalla difesa dell’agrobiodiversità, una risorsa sempre più minacciata, nonostante da essa dipenda il futuro alimentare del Pianeta.

Le multinazionali delle “scienze della vita” stanno, purtroppo, colonizzando le ricchezze genetiche attraverso veri e propri atti di “biopirateria”. Esse attingono gratuitamente all’enorme varietà genetica dei paesi poveri, la manipolano, la riproducono in laboratorio e la portano sui mercati reclamando il riconoscimento di un valore aggiunto dall’ingegno umano. In questo modo le popolazioni indigene vengono espropriate di quella biodiversità che avevano provveduto a conservare e migliorare e sono costrette ad “acquistarla” sul mercato, con gravi costi sociali, economici e ambientali.

E non dobbiamo dimenticare che la stessa omologazione delle varietà genetiche è il frutto di un sistema che premia i grandi gruppi industriali che monopolizzano il mercato globale: per questi è conveniente offrire una ristretta gamma di prodotti, uguali in tutto il mondo, piuttosto che differenziare la produzione in base alle esigenze specifiche dei territori, delle culture, dei cittadini.

Oggi, più del 90 per cento delle sementi delle varietà commerciali di ortaggi di molte specie, come pomodori, cetrioli, peperoni, meloni, cocomeri, è, infatti, costituita da ibridi brevettati e meno del 3 per cento delle varietà ha più di 35 anni.

 

 




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